Il fotografo non crea bellezza. La ruba.


Mi chiamo Marcello Bianca e fotografo la luna, i fili d’erba e chi ha il tempo di goderne.
Viceversa, non so guidare uno shuttle, non ho il pollice verde e non so usare Photoshop,
ma di quest’ultima cosa ne vado fiero.

marcello-bianca

fotografo / guida naturalistica /geologo

Un fotografo terra terra


Se qualcuno mi dice che sono un fotografo terra terra, non mi offendo mica. Prima, da geologo, le persone mi domandavano: Le alluvioni? Le frane? Il terremoto? Possiamo stare tranquilli? E io rispondevo: guardo il sottosuolo e ti dico. Oggi, da fotografo, mi chiedono: Sono fotogenica? Ma verrò bene in foto? E io rispondo: guardo la luce e ti dico.


Non ho una biografia, ma una storia da raccontarti quella sì.

Una volta i russi facevano le fotocamere. La Kiev era una di queste e fu prodotta dal 1948 al 1985. All’inizio degli anni ’60 mio padre se ne regalò una. Diciamo che è stata l’unica vera macchina fotografica della sua vita e, fino a un po’ di anni fa, lo è stata anche per me: l’unica vera macchina fotografica della mia vita.

Con questa macchina mio padre fotografò mia madre con lo sfondo del porto piccolo di Siracusa. Era un giorno ventoso di marzo del 1966. Mia madre mi aspettava da un mese, molto probabilmente ancora non lo sapeva, ma i suoi occhi sì.

Sempre mio padre, sempre con questa macchina, scattò la foto più bella che ho assieme a mia madre: un’immagine neorealista che ci immortala sul nostro terrazzino a Ortigia, lei è giovane e bella, il bambino che ero io punta una macchina fotografica verso chissà cosa.

Con quella Kiev imparai a impostare a mano diaframma, tempo di scatto e a cambiare il rullino. La portai con me in Inghilterra nel 1981, avevo 14 anni. Con quella macchina ho fotografato Stonehenge, e ancora adesso devo guardare quelle foto per convincermi che quel posto magico l’ho visitato davvero.

Avevo quella macchina in mano quando Blondie, un polacco gentile nonché l’ultimo marito di mia nonna materna, mi rapì (letteralmente) con il suo vecchio taxi Black Cab per portarmi prima da una zia all’altra, e poi per fargli una foto accanto alla tomba della moglie. Io sapevo che il rullino era finito, ma per non dargli un dispiacere simulai ugualmente lo scatto. Lui mi ringraziò in un modo che non avrei mai più dimenticato, poi scrisse su un piccolo foglio l’indirizzo dove avrei potuto inviargli la fotografia, una volta sviluppata.

La Kiev smise di funzionare poco tempo dopo quel viaggio e dopo di lei non ho più avuto una fotocamera che mi permettesse di impostare manualmente i parametri di scatto. Alla Kiev di mio padre sono poi seguite diverse macchine fotografiche digitali, ma con quest’ultime non è scattato l’amore.

Fino al 13 gennaio del 2015, il giorno in cui ho avuto tra le mani la mia Fuji X-T1, che utilizzo con gli obiettivi Fujinon XF 18-135 mm, XF 35 mm f2, XF 56 mm f1.2 e Samyang 12 mm. Tutte le foto presenti in questo sito internet sono state scattate con questa macchina. Ieri pomeriggio ho riguardato la mia Kiev, era impolverata e poggiata su una mensola del mio monolocale con bagno, l’ho presa e l’ho pulita come meglio potevo. Poi ho aspettato che un raggio di sole le si poggiasse sopra e le ho scattato alcune foto con la mia Fuji X-T1. Mi è sembrato giusto onorarla con questo scatto, dopo tutto quello che ha visto per noi.

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